Energia dai rifiutiApprofondimento

«Rinnovabili sporche»: che cosa significa l’espressione corrente e quali fonti di energia vi rientrano

«Rinnovabili sporche» è un’etichetta giornalistica, non un concetto giuridico. Spieghiamo a che cosa viene applicata: alla combustione della biomassa, alla co-combustione con il carbone e all’energia dai rifiuti, e in che cosa si distingue dalla digestione anaerobica.

Pubblicato 5 min di letturaRedazione FeedstockData

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Ciepłownia odpadowa w polskim mieście o niebieskiej godzinie: podświetlona hala kotła, wysoki komin i rurociąg ciepłowniczy.
Illustrazione: FeedstockData (IA, Google Gemini)

«Rinnovabili sporche» è un’espressione corrente e critica usata per quelle fonti di energia classificate come rinnovabili che suscitano dubbi ambientali: anzitutto la combustione della biomassa (in particolare del legno), la co-combustione della biomassa con il carbone e l’energia dalla trasformazione termica dei rifiuti. Non è una categoria giuridica né tecnica e l’espressione stessa non indica una singola tecnologia né un livello comune di emissioni. Conviene intenderla come il segnale di una disputa su che cosa debba essere «rinnovabile», non come la descrizione di un processo specifico.

Perché la disputa riguarda proprio la biomassa

La Commissione europea descrive la biomassa come materia organica proveniente dalla silvicoltura e dall’agricoltura (ad es. alberi e piante), da rifiuti e residui di origine biologica, nonché la frazione biodegradabile dei rifiuti. Può servire per il riscaldamento, la produzione di energia elettrica e di combustibili per i trasporti. Secondo la stessa pagina, nel 2021 la bioenergia era la principale fonte di energia rinnovabile nell’UE e rappresentava circa il 59% del consumo di energia rinnovabile, mentre il maggiore produttore di biomassa solida era la Germania. Dato che la quota maggiore dell’energia «verde» proviene dalla biomassa, la qualità di questa statistica ha un forte rilievo politico.

L’ampia definizione ha una conseguenza: il flusso dei rifiuti urbani contiene una frazione biologica (che rientra nel concetto di biomassa) e una non biologica (ad es. materie plastiche). Perciò, nella valutazione dei termovalorizzatori, non basta lo slogan «energia dai rifiuti»; occorre distinguere quale parte dell’energia proviene dalla frazione biodegradabile. Ne trattiamo più ampiamente nell’articolo Energia dai rifiuti: digestione anaerobica, combustione, pirolisi e biogas da discarica, mentre la gerarchia di gestione dei rifiuti è trattata nell’articolo Gerarchia di gestione dei rifiuti e digestione anaerobica.

Un esempio polacco: la co-combustione

In Polonia il simbolo della disputa è diventata la co-combustione della biomassa con il carbone. Il portale Gramwzielone.pl descriveva nel 2012 che l’obbligo di acquisto di energia da fonti rinnovabili fu introdotto con un regolamento nel 2003 e che la combustione di biomassa con carbone su scala industriale iniziò intorno al 2005, perché si rivelò il modo più rapido ed economico di raggiungere gli obiettivi. Secondo i dati dell’allora Ministero dell’Economia, nel 2010 quasi la metà dell’energia da fonti rinnovabili proveniva dalla biomassa e quasi il 90% dell’energia da biomassa dalla sua co-combustione con combustibili convenzionali. I critici sostenevano che la co-combustione blocca lo sviluppo di altre fonti rinnovabili, perché l’obiettivo statistico veniva raggiunto senza incremento di nuova capacità. Nel marzo 2012 gli attivisti di Greenpeace appesero al camino della centrale di Turów uno striscione con la scritta «Carbone + legno non è energia verde». Lo stesso testo riporta le constatazioni dell’Ispettorato nazionale del lavoro degli anni 2010–2011, secondo cui nella maggior parte degli impianti la co-combustione era stata avviata senza adeguate protezioni contro le miscele esplosive e gli incendi, nonché l’incendio nella centrale di Dolna Odra del gennaio 2010, in cui perse la vita una persona. Il progetto di legge sulle fonti rinnovabili (ustawa o OZE) del luglio 2012 prevedeva una graduale riduzione del sostegno alla co-combustione; questo aspetto lo descriviamo come stato della discussione del 2012, non come norme oggi vigenti.

Come l’UE ha inasprito i criteri

La Commissione ricorda che i criteri di sostenibilità e di riduzione delle emissioni per la biomassa agricola sono stati introdotti nel 2009, e per la biomassa forestale nel 2018. La direttiva rivista sulle fonti rinnovabili (UE 2023/2413, in vigore dal 20 novembre 2023) li ha rafforzati: ha esteso le «zone vietate» alla biomassa forestale (tra l’altro foreste primarie, aree ad alta biodiversità e torbiere), ha introdotto requisiti dettagliati per la raccolta del legname, ha esteso i criteri di riduzione delle emissioni anche agli impianti esistenti e li ha applicati agli impianti di riscaldamento e di produzione elettrica con potenza di almeno 7,5 MW per i combustibili da biomassa solida. Gli Stati membri devono inoltre progettare i sistemi di sostegno in conformità al principio dell’uso a cascata della biomassa legnosa, e i sussidi nuovi o rinnovati per le centrali che producono esclusivamente energia elettrica da biomassa forestale sono in linea di principio vietati (art. 3, comma 3d, della direttiva 2018/2001 nella versione RED III; eccezioni tra l’altro per le regioni interessate dal piano territoriale per una transizione giusta, per gli impianti con cattura della CO₂ e per le regioni ultraperiferiche). Le conseguenze della RED III per il biogas e il biometano sono trattate nell’articolo RED III: che cosa cambia per il biogas e il biometano.

Dove si colloca la digestione anaerobica

La digestione anaerobica (fermentazione metanigena) è un processo in reattore chiuso, in cui da rifiuti e residui si formano biogas e digestato, quindi si distingue tecnologicamente dalla combustione. Ciò non significa che la valutazione sia automaticamente positiva: contano la materia prima (rifiuto o coltura dedicata), le emissioni fuggitive di metano, la gestione del digestato e il bilancio dei gas serra. L’etichetta «rinnovabili sporche» cancella tali differenze, perciò in un’analisi rigorosa è meglio:

  1. denominare la tecnologia (combustione, co-combustione, gassificazione, digestione anaerobica),
  2. individuare quale parte del combustibile ha origine biologica,
  3. indicare le emissioni concrete e il bilancio (e non una valutazione generica),
  4. verificare la conformità alle norme sui rifiuti e ai criteri di sostenibilità.

L’etichetta non sostituisce il bilancio né la valutazione di conformità alle norme, e il suo uso va considerato un invito a chiedersi di quale processo specifico si tratti.

Fonti

  1. Biomass — Komisja Europejska, DG Energy
  2. Ustawa o OZE: współspalać czy nie? — Gramwzielone.pl (31.08.2012)